• Barbara Formentin

Proteste in Iran: la voce di chi vuole scegliere liberamente




Sono ormai cominciate da quasi un mese le proteste in Iran, da quando lo scorso 16 settembre la ventiduenne Mahsa Amini, arrestata per non aver indossato in modo corretto l'hijab, ha perso la vita a causa delle ferite riportate durante la sua permanenza in una centrale di polizia di Tehran. Da quel giorno la rivolta non si è più fermata: un evento non più singolare per un Paese come l’Iran, governato da un regime profondamente conservatore e teocratico andato incontro a diversi momenti di crisi nell'ultimo decennio. Le proteste hanno coinvolto specialmente studentesse e studenti di ogni età, trasformandosi presto in un’occasione per manifestare il dissenso contro l’intero sistema di governo del Paese.


Per provare a capire quanto sta accadendo più da vicino, proponiamo l’intervista ad Hanieh Sadeghi, studentessa iraniana in Italia, che ci ha raccontato il suo punto di vista in merito.


Da giorni si parla di rivolte in Iran. Secondo lei, cosa sta accadendo davvero? Si può parlare di una vera rivoluzione che coinvolge tutto l'Iran e tutte le classi sociali?


"Quello che sta accadendo è il risultato della rabbia e dell'odio della gente durante gli ultimi 44 anni. Anni in cui il popolo ha protestato contro i crimini e la corruzione della Repubblica Islamica. Possiamo fare riferimento al maggio 2009, al dicembre 2017 o all'ottobre 2019, quando il regime della Repubblica Islamica ha ucciso 1.500 persone innocenti in tre giorni di proteste, arrestandone e imprigionandone molte altre. Questa rivoluzione è iniziata molti anni fa e ora ha raggiunto la maturità. Voglio ricordare lo slogan "Non chiamatela protesta, ora si chiama rivoluzione", pronunciato dagli studenti delle università. Gli iraniani di tutte le classi sociali si sono uniti a queste proteste perché si tratta di una vera e propria lotta tra il popolo iraniano e il regime islamico. Molti insegnanti, dipendenti di aziende private e pubbliche, autisti e operai di aziende petrolifere e petrolchimiche hanno scioperato e hanno smesso di lavorare per dimostrare la loro solidarietà con le proteste e la rivoluzione del popolo iraniano. Inoltre, come si può notare dai video che girano sui social, tanti manifestanti sono giovani.


Proteste e rivolte in Iran si sono verificate anche in passato. Qual è la differenza rispetto alle precedenti? Perché e come, secondo lei, la rivolta ha raggiunto il suo apice?


"Ogni volta che la gente protesta contro il regime islamico, vengono uccise molte persone, arrestati e giustiziati gli attivisti e chiunque si schieri con loro. L’8 gennaio 2020, quando il regime islamico ha sparato due missili contro un aereo ucraino uccidendo tutti i 176 passeggeri, il popolo iraniano si è nuovamente rivoltato contro il regime per lottare per la libertà, proprio come in questi giorni, poi però all’improvviso è arrivata la pandemia di Coronavirus, le persone sono state costrette a stare a casa ed è stato più facile tenerle in silenzio.

Questa volta il mondo ha sentito la nostra voce attraverso la triste storia di Mahsa Amini, una giovane ragazza di 22 anni che è stata uccisa dalle forze del regime islamico, la cosiddetta polizia morale o dell’Hijab. Ancora più persone hanno conosciuto la triste situazione delle donne in Iran e hanno potuto vedere i crimini del regime islamico. Sono sicura che tutto ciò si concluderà con una gloriosa rivoluzione e con la vittoria del popolo iraniano contro questo regime. La gente in tutte le province sta protestando ogni giorno, i negozi e i centri commerciali hanno scioperato. Penso che se anche gli altri Paesi sosterranno il popolo iraniano e faranno pressione sul regime quest’ultimo non potrà agire come vuole, non potrà imporre il silenzio o le proteste raggiungeranno il loro apice".


Dal suo punto di vista, com'è vivere da giovane donna in Iran? E come giovane donna iraniana che vive all'estero?


"Sono stata arrestata quattro volte dalla polizia dell'Hijab. Tutte le volte che è accaduto le guardie si sono comportate molto male, mi hanno umiliata e derisa. Se qualcuno parlava o non concordava con loro, lo minacciavano e lo picchiavano. Mi ricordo che ci facevano salire forzatamente sui loro furgoni per poi arrivare alla stazione di polizia. Ci trattavano come criminali, per lasciare la stazione bisognava attendere l’arrivo di un familiare con dei vestiti che loro stessi dovevano ritenere adatti. Quando è accaduto l’ultima volta spiegai loro che sono una studentessa di Teheran e che la mia famiglia si trova in un'altra città, quindi non avrebbero potuto portarmi dei vestiti. A loro questo non importava, non mi permisero di andar via dalla stazione di polizia fino a sera. Ho pianto e li ho pregati affinché mi facessero andar via, poi mi hanno cacciata. Vivere in Iran da giovane donna è una sorta di incubo, non solo per l'hijab, ma anche perché abbiamo molte limitazioni sul lavoro, sulle attività e persino sul tempo libero e i momenti di svago, come andare allo stadio a vedere una partita di calcio, solo perché siamo donne. All'estero mi sento più sicura e felice perché posso godere dei miei diritti fondamentali e della mia libertà. Ma sono stata anche vittima di molti comportamenti razzisti ed è davvero triste e mi ha spezzato il cuore essere trattata così. Alcune persone ci considerano delle terroriste e ci trattano come tali".


Teheran sarà capace di risollevarsi? Quanto successo è un segno della caduta dell'intero sistema che governa la Repubblica Islamica?


"Secondo me, la rivoluzione è già iniziata ed è tuttora in corso. Ci sono pochi video di ciò che sta accadendo a Teheran e in altre città perché il regime nega l’accesso a Internet e non si possono caricare video. Le persone scendono in piazza ogni giorno e l'intera capitale è in sciopero. Penso che il tempo del regime sia giunto al termine".



La polizia morale iraniana è tornata sotto i riflettori, incolpata della morte della giovane Mahsa Amini. Ora si chiede la sua soppressione. Quali sono le sue considerazioni a riguardo?


"La polizia morale o polizia dell'hijab è solo una piccola parte di questo regime. Anche se venisse soppressa il nostro problema non sarebbe risolto perché stiamo protestando contro l'intera Repubblica Islamica, compreso Ali Khamenei (attuale Guida Suprema dell’Iran, ndr) e tutti coloro che sono legati a questo sistema. Un sistema che ha ucciso tante persone nel corso di questi 44 anni, che ha prosciugato le risorse dell’Iran ed il lago Urmia, distrutto i paesaggi naturali dell’Iran e l’intero ecosistema del Mar Caspio e del Golfo Persico consegnandolo alla Russia e alla Cina. Poi ci sono anche altri problemi, come il tasso di disoccupazione molto elevato, così come sono molto frequenti i casi di depressione e di suicidi tra i giovani. Il regime islamico ha tolto agli iraniani la pace, la ricchezza, la libertà e la felicità".


Quanto sono importanti i social media come Facebook o Instagram per l'organizzazione delle proteste? In questi giorni l'attenzione dei giornalisti è concentrata sulla protesta di Teheran. È una cosa positiva?


"Oggi i social media sono mezzi molto potenti, potrebbero essere lo strumento migliore per far sentire la propria voce. Va detto, grazie soprattutto ad alcuni utenti anonimi di Twitter, che scrivono e diffondono le vere notizie su ciò che sta realmente accadendo in Iran. Non ci fidiamo delle emittenti della Repubblica Islamica perché riportano sempre notizie sbagliate e false e raccontano la situazione da un punto di vista che è a favore del regime e contro chiunque si opponga a loro. Negli ultimi anni, Mark Zuckerberg, il proprietario di Meta, che comprende Instagram e Facebook, ha collaborato con la Repubblica Islamica censurando le notizie relative ai crimini commessi dalle autorità. Twitter invece è stato molto utile per sensibilizzare e far crescere le proteste, i contenuti si sono concentrati sull'hashtag #MahsaAmini, che finora è stato ripetuto più di 300 milioni di volte. Questa è una delle cose migliori che sono accadute finora. Se i media e i giornalisti prestassero più attenzione agli eventi in Iran, per la Repubblica Islamica non sarebbe così semplice uccidere persone innocenti e mettere a tacere le loro voci come accaduto negli anni passati. I giornalisti possono davvero aiutare l’Iran diffondendo le voci e le verità degli iraniani".