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  • Paolo Falqui

Scommettere sul talento e talenti che scommettono


Con il campionato in pausa per la sosta dedicata alle nazionali, il calcio italiano è stato investito dall’ennesimo scandalo associato alle scommesse, che ha originato un vero terremoto mediatico tra gogna pubblica, gossip e discussioni sulla ludopatia.


Nello specifico, finora i giocatori coinvolti sono tre, e sono tre giocatori protagonisti sia con i rispettivi club che con la Nazionale: Nicolò Fagioli (22 anni), Sandro Tonali (23 anni) e Nicolò Zaniolo (24 anni). La prima regola cui un calciatore professionista deve attenersi è proprio quella di non scommettere sul calcio, perché potrebbe inficiarne il corretto svolgimento e la regolarità del risultato finale. Tuttavia non è un problema nuovo: ciclicamente viviamo (non solo in Italia) il riproporsi di questi casi, dal Totonero che portò il Milan in B, alla redenzione di Pablito Rossi, fino al recente (2011) famigerato autogol di Masiello in una partita combinata; inedito rispetto a questi precedenti è tutto ciò che è successo attorno ai protagonisti, dalla valanga di meme sui social a immagini già culto come la Polizia a Coverciano, fino alla resurrezione di Fabrizio Corona, vero direttore d’orchestra che, tra anticipazioni e “missili”, ci ha riportati indietro nel tempo allo stile Y2K che è tornato prepotentemente di moda.

Gli accusati e la coltivazione del talento

Già a un primo sguardo salta all’occhio una caratteristica peculiare di questo scandalo: gli accusati sono tutti praticamente coetanei e tutti nel giro della Nazionale, oltre ad essere stati compagni nelle selezioni giovanili; proprio ai tempi delle Under sarebbe iniziato tutto, secondo le dichiarazioni di Fagioli (che ha già patteggiato). [1] Stiamo parlando quindi di un’età nella quale non c’era una carriera ben delineata all’orizzonte e durante la quale qualsiasi essere umano commette errori, si ribella o è imprudente. Lo stesso Nicolò Fagioli risalta un’altra componente forse inaspettata, perlomeno per l’idea che si può avere dei calciatori e delle loro vite: la noia. Una componente esistenziale alla quale pensiamo poco in relazione agli sportivi professionisti, che però sono arrivati ad alti livelli attraverso una gioventù spesso mutilata, sacrificata alla devozione per l’allenamento, l’alimentazione e il rendimento sportivo. Le scommesse illegali quindi come evasione, come ribellione post-adolescenziale, una scarica di adrenalina data dal proibito oltre che un modo di riuscire a spendere guadagni che il resto dei ventenni italiani può solo sognare.


Sia chiaro, questa non è una giustificazione: l’immersione in un sistema più grande non esime da colpe gli individui, responsabili delle loro scelte, solo è una cornice che ne spiega in modo razionale il comportamento.

Tuttavia le colpe vanno condivise. Il risvolto più evidente, e forse meno commentato, di questa vicenda è che nel calcio italiano non esiste una struttura di salvaguardia del talento. L’indotto che orbita attorno ai talenti è risultato inefficiente a proteggere e guidare i ragazzi nel momento dell’impatto con un mondo profondamente diverso e atipico, una bolla di soldi e successo che è molto meno facile da gestire rispetto a quanto noi spettatori siamo portati a credere. Il fallimento è di tutti: gli agenti, le famiglie, i club, le selezioni nazionali. Non è un caso allora, che ai giovani che si mettono in mostra in Italia spesso manchi il passo successivo, che è poi quello che separa la Nazionale Italiana, fuori da due mondiali consecutivi, da quella francese o inglese; proprio i giocatori coinvolti nel caso sono in quella fascia d’età nella quale il talento italiano sembra affievolirsi o perdersi, forse per poca cura di esso.


Un esempio su tutti è la storia sportiva di Gianluigi Donnarumma, portiere ultra-precoce che, considerato un fenomeno fin dai 16 anni, proprio tra i 20 e i 25 sembra aver smarrito quel qualcosa che lo rendeva unico; sembra non essere migliorato, come se non si allenasse mai: è qualcosa che ormai vediamo accadere spesso, e che quindi dovrebbe portare a chiedersi se il problema non sia tanto nella produzione o osservazione del talento quanto nella sua coltivazione, nonché nell’accompagnamento dei giocatori al definitivo (e un po’ mitologico) “salto di qualità”. È un problema noto, persino oltreoceano: nell’NBA americana, proprio per provare a non perdere talenti per strada, ma soprattutto per non perdere i ragazzi che sono poi l’origine di tutto, è stato sviluppato un programma di tutela e di inserimento nel mondo luminoso dello sport professionistico a più alto livello, creando team di gestori finanziari, psicologi e professionali che possano ridurre lo shock di giovani e giovanissimi alle prese con stipendi mostruosi e una giostra comunicativa opprimente. [2]


La risposta mediatica allo scandalo

Forse la cosa più improbabile di tutta la vicenda non è tanto il caso in sé, che solo ripete un pattern ben conosciuto, ma il fatto che abbia riportato al centro della scena Fabrizio Corona, che ormai sembrava il ricordo vivente dell’informazione anni 2000, prima che i social smontassero il mondo del gossip e dei paparazzi; è un po’ il tocco vintage che ci riporta a un’epoca che ampie fasce della popolazione conoscono e decodificano meglio, e che ha aumentato esponenzialmente la pervasività del caso, riproponendo una morbosità e un gioco del non detto che forse avevamo dimenticato.


Corona si è posto in una posizione di deus-ex-machina, è lui che ha dettato i tempi e i modi dell’informazione e in un certo senso lui è il caso stesso: ha anticipato i nomi, uno ad uno, e da lì è sembrata quasi partire la vicenda giudiziaria, come se persino la polizia l’avesse saputo da lui. Questo revival del mondo pre-social ha aggiunto un lato quasi grottesco a tutta la vicenda, con i giornali costretti ad arrendersi alla volontà del paparazzo più famoso d’Italia ed aspettare i suoi nomi, le sue indiscrezioni e le sue allusioni. Un deragliamento dell’informazione che ha causato anche falsità, accuse poi rivelatesi infondate e che hanno trovato spazio non solo su TikTok e Telegram, ma anche sulla stampa e persino in Rai. La commistione tra il mondo del 2023 e quello dei 2000 ha anche scatenato la reazione degli osservatori, che tra meme e commenti non hanno risparmiato né Corona stesso né i calciatori coinvolti (e incluso non coinvolti), con la stessa insensibilità e distacco che si aveva per i protagonisti delle pagine rosa, come se agli appassionati di calcio non dispiacesse in fondo che tre talenti fondamentali della nostra Nazionale fossero a rischio. Anzi, si potrebbe quasi affermare che il loro talento sia solo una colpa addizionale, un peccato originale che hanno emendato avvicinandosi al tifoso medio che gioca la schedina. Il tutto diretto sapientemente da una sola persona che sembra conoscere ogni meandro del sistema informazione in Italia, e che ha così ha sfruttato i nuovi media per costringere i tradizionali a pendere dalle sue labbra; può stare simpatico o antipatico, ma ha messo a nudo tutte le difficoltà strutturali di giornali e televisioni la cui credibilità era già da tempo messa in crisi.


Cosa rimane

Ad oggi, con il campionato che ha ripreso il suo corso e una situazione che sembra essere sul punto di tornare a uno stato più o meno di calma, possiamo dire che sicuramente rimarrà l’immagine forte della polizia che entra nel ritiro della Nazionale, che rimarranno le squalifiche (Fagioli ha già patteggiato e tornerà in campo a maggio, Tonali va verso una squalifica più lunga) e che rimarrà il ricordo affievolito di un uragano. Ci sarebbe da ragionare sul sistema che non riesce a proteggere e investire sul talento, sulla sua crescita soprattutto a livello psicologico ancora prima che tecnico, ma come dopo ogni scandalo in Italia, una volta passata l’adrenalina non verrà fatto questo sforzo ulteriore.


Gli avvocati e le stesse autorità del calcio italiano hanno parlato di ludopatia, forse incluso con un po’ di superficialità (nonché di ipocrisia), per scaricare la colpa sull’individuo e allo stesso tempo scagionarlo: la sensazione è che passata la tempesta ancora una volta nessuno si sarà veramente preso le responsabilità né avrà allargato la discussione per analizzare in profondità il problema. Forse, in fondo, di tutto questo ci rimarrà solo Fabrizio Corona, come se fosse stato un brutto sogno.


Fonti:

[1] Redazione, Fagioli: "Ho chiesto soldi a Gatti e Dragusin. Le lacrime col Sassuolo? Pensavo ai 3 milioni di debiti", La Gazzetta dello Sport, 18 ottobre 2023, https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Juventus/

[2] Jow Vardon, Why the NBA got serious about mental health: ‘We believe in it, but we also saw an increasing need for it‘, The Athletic, 18 aprile 2023, https://theathletic.com/4384992/2023/04/18/nba-mental-health/


Fonte immagine copertina: Fanpage


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