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  • Immagine del redattoreAlessandro Manno

Una serata con Patrick Zaki: la prigionia, i diritti umani e la democrazia


La storia di Patrick Zaki è una di quelle che vale la pena raccontare perché ha al suo interno moltissimi significati: porta con sé l’importanza della solidarietà tra popoli, del rispetto dei diritti umani, del credere nei propri ideali al punto tale che questi diventano la propria ancora di salvezza nel corso della prigionia. Ed è per questo che nella serata di giovedì 29 febbraio nell’Aula Magna del Seminario Arcivescovile di Cagliari si è svolta la presentazione del suo libro “Sogni e illusioni di libertà” edito da La nave di Teseo, che racconta il periodo della sua prigionia in Egitto. La serata è stata organizzata dal consigliere comunale di Cagliari Matteo Lecis Cocco-Ortu insieme all’associazione “inOltre”, mentre a guidare l’intervista a Zaki è stato chiamato Alessandro Masala, fondatore di Breaking Italy, uno dei canali di approfondimento su YouTube più seguiti in Italia. Ma, per capire meglio i temi della serata, facciamo prima un piccolo riassunto di chi è Patrick Zaki.


Fare attivismo in Egitto

Fare l’attivista un po’ ovunque è abbastanza complicato, vieni generalmente considerato un rompiscatole, ma ci sono posti dove fare l’attivista è più complicato che in altri, soprattutto quando sei un attivista per i diritti umani. Uno di questi posti è l’Egitto, uno stato che, dopo un brevissimo periodo di democrazia agli inizi degli anni 2010, è ricaduto nelle ombre della dittatura. Patrick Zaki è egiziano, appartenente alla minoranza cristiano-copta, molto attivo, come detto, per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani in Egitto e non solo. È stato tra i ragazzi che hanno preso parte alle proteste di piazza Tahir contro la dittatura di Mubarak e, dettaglio che nel corso della sua storia risulterà tremendamente importante, è uno studente del Master in Women’s and gender studies all’Università degli Studi di Bologna. Il 7 febbraio 2020 viene catturato e incarcerato in Egitto a causa, gli dicono, di alcuni post su Facebook critici verso la repressione che il governo di Al-Sisi opera nei confronti degli appartenenti alla sua religione. Col tempo si capisce che il reale motivo del suo arresto sta nel suo impegno per i diritti umani e viene per questo detenuto per quasi due anni in carcere prima che, grazie alla pressione delle associazioni umanitarie come Amnesty International e l’impegno del Governo italiano, viene scarcerato a dicembre del 2021 e assolto a luglio del 2023.

 

Un libro per gli altri

Questo legame con l’Italia permetterà al suo caso di avere molta visibilità a livello europeo e mondiale e probabilmente “mi ha salvato la vita”, come lui stesso afferma nel libro e nel corso della serata. Zaki inizia a parlare in italiano, quasi per entrare in empatia con la sala e cercare di portare dentro al suo racconto del periodo di prigionia. La chiacchierata scorre via leggera, intervallata dalle parole dell’interprete che traduce dall’inglese all’italiano le parole di Zaki a una platea che apprezza spesso l’umorismo contagioso dell’attivista, quasi surreale tenendo conto dell’argomento affrontato e del dolore che Zaki ha vissuto.

Il lavoro del libro è proprio pensato per il pubblico italiano, per “rispondere anche alla prima domanda che mi è stata fatta una volta uscito, ossia come si vive in prigione.” Ma si intuisce subito che il motivo del libro è ovviamente molto alto e a confermarlo è lo stesso Zaki: “Volevo dare una voce a tutti i prigionieri politici ancora in carcere, ce ne sono ancora tantissimi in carcere. Io sono stato fortunato. Il libro non è su Patrick, ma per tutti i Patrick che ancora si trovano in carcere”. Infatti in Egitto, così come in altre parti del mondo, la situazione non è delle più felici, per usare un eufemismo, e quando Alessandro gli chiede, quasi a non voler dar nulla per scontato, il motivo per cui non ha pensato di pubblicare in Egitto, la risposta pare subito molto chiara: “Per pubblicare in Egitto avrei bisogno di tantissimo supporto, rischierei di finire di nuovo in carcere e ora avrei bisogno di una pausa (risata generale, ndr)” e inoltre “il libro non è scritto per l’Egitto perché lì ci sono tante storie simili alla mia. È scritto per le persone italiane, per gli europei per dimostrare la mia gratitudine e per raccontargli la situazione in Egitto.” Parlando della sua fine della sua carcerazione, Patrick racconta le circostanze che hanno portato alla sua liberazione: “Probabilmente sono stato usato come una carta per smuovere il Governo egiziano, non si poteva ripetere un altro caso Regeni. Ma erano le persone a chiedere la mia libertà, e il Governo doveva per forza fare qualcosa per liberarmi. Io non credo nella politica, credo nelle persone e quello che loro hanno fatto per me. Io chiedo giustizia per Giulio Regeni e per la sua famiglia, io non mi voglio mettere a suo pari, è un ragazzo che ha fatto molto per le persone, per l’università e continuerò a battermi per avere giustizia per lui.” Al ricordo di Giulio Regeni la sala scoppia in un fragoroso applauso. Il ricordo del dottorando triestino non ha abbandonato Patrick Zaki e lo guida nella sua lotta per il rispetto dei diritti umani.

 

Come ammesso dallo stesso Zaki, le autorità egiziane “sanno del libro ma adesso io sono molto più conosciuto quindi rischio meno di stare in carcere. Forse ci starei due mesi non due anni come l’altra volta (ride, ndr). Sicuramente è stato rischioso scrivere questo libro ma ho dovuto farlo per i miei colleghi che sono ancora detenuti, ed è un dovere difendere i diritti umani pensando anche ai miei colleghi che sono ancora in carcere, con cui ho condiviso la cella. Ora che ho il supporto dell’Europa e dell’Italia mi devo prendere anche il compito di portare avanti questa battaglia.”

 

Però i tempi cambiano e anche le persone in Egitto si stanno accorgendo della storia di Patrick e di quello che ha dovuto passare per essersi battuto per i diritti umani. Ed è lo stesso attivista a raccontare che “mi è capitato di essere fermato anche in Egitto e ci sono anche molte persone che hanno il coraggio di salutarmi e sono contenti di incontrarmi. In Egitto non sono certo tutti pro regime, ci sono anche persone che lo oppongono, mi è capitato anche di incontrarle in strada, in un bar. È una cosa enorme per l’Egitto ed è ancora di più da apprezzare per via del clima che c’è, certo non è come l’Italia che mi fermano, ma è ancora più bello”

 

La galera e la vita in carcere

Si arriva poi al tema della carcerazione e del motivo per cui ha dovuto passare così tanto tempo in galera, ovvero “inizialmente per il contenuto di alcuni miei post, che però non mi hanno mai fatto vedere quali fossero. Poi quando ero in carcere mi hanno detto che non era per i post ma per il mio attivismo politico, per le mie dichiarazioni sulle minoranze cristiane. E con attivismo intendo non un post o un articolo, ma per il lavoro collettivo che c’è dietro.” Il racconto della vita in carcere è tratteggiata con una tranquillità a tratti disarmante e con una dovizia di particolari che fa comprendere il dolore di quei giorni, nonostante Zaki ci tenga a precisare che “sono stato fortunato, perché sono sparito solo per poche ore prima di essere incarcerato e giudicato e quindi i miei familiari hanno subito saputo cosa fosse successo”. Un altro lato particolare della carcerazione è stato il fatto che a differenza di quanto si possa pensare, la vita in carcere non era con altri detenuti politici come lui ma con “persone che non avevano il mio background culturale e con cui non avevo niente a che fare per i crimini che loro avevano commesso, completamente diversi dai miei. In prigione bisogna adattarsi a convivere con tutti, con persone che fuori da lì non ci avresti nulla a che fare.” I carcerieri egiziani effettuavano una divisione dei detenuti non basata sui crimini, ma appunto sulla religione e ciò portava all’assurdo che “mi inserivano nelle celle con altri cristiani come se fossimo malati, isolati dagli altri e loro pensavano che fosse un modo per supportarci ma io la vivevo come una discriminazione. Io volevo essere in carcere con una persona con il mio stesso background, non con una persona della mia religione e mi sono tanto battuto per questo.”

 

E c’è spazio anche per degli aneddoti anche più o meno divertenti, come quella volta che “un giorno prima di un’udienza ho conosciuto un ragazzo che stava in disparte e ho iniziato a chiacchierarci e ho scoperto che era in galera perché aveva partecipato a combattimenti per l’ISIS.” Questo perché in carcere si incontra davvero di tutto: “Ho conosciuto persone di Al-Qaeda, dell’ISIS e allora mi sono iniziato un po’ a preoccupare e sono andato via con una scusa. Molti detenuti dicono di far parte dell’ISIS solo perché alla fine glielo fanno credere: alle volte sono amici di amici che conoscono qualcuno che una volta conosceva una persona che aveva incontrato una persona vicina all’ISIS.” E questa situazione si è ripresentata anche per lo stesso Zaki, quando durante un interrogatorio gli è stato detto che faceva parte di un gruppo terroristico: “Quando gli ho chiesto quale fosse il nome del gruppo e gli scopi, mi avevano detto che non c’era uno scopo, non c’era un nome ma se più di persone si uniscono per parlare di politica allora vuol dire che possono essere dei terroristi. E chissà quante persone sono in galera per questo motivo.”

 

E poi ovviamente c’è il problema del rapporto con gli altri compagni di galera. “Quindi è vero - chiede divertito Alessandro - che per farti rispettare devi picchiare quello più grosso”. Zaki ride, capisce che per parlare di un argomento così importante ogni tanto c’è bisogno di sdrammatizzare. “Non c’è legge in galera - racconta Patrick - quindi se uno ti colpisce sei obbligato a farlo anche tu per un motivo di sopravvivenza. E io non ero sicuramente il più forte, molte volte sentivo piangere, poi sentivo musica in carcere, gente ballare e mi tiravo su il morale.”


Democrazia e libertà

Parlando del futuro dell’Egitto e del raggiungimento della democrazia, la vita di Zaki si lega in modo indelebile con il processo di democratizzazione egiziano di inizio 2010: “Sono cresciuto con il regime di Mubarak, una dittatura che è durata molti anni, contro la quale avevo protestato tantissimo. Per questo avevamo tantissime aspettative di democrazia, poi si è trasformato in un incubo. Ho assaporato la libertà per due anni, ma poi ho dovuto lottare tantissimo per la libertà, sono andato a trovare amici in carcere. Adesso ci sono state le elezioni presidenziali, non dico che le cose non cambieranno mai, ma questo governo (di Al-Sisi, ndr) sta adottando dei provvedimenti che non sono più sostenibili. Con i miei colleghi continuerò a lavorare per avere la democrazia che è una nostra democrazia”

 

Toccando temi come libertà e democrazia, è inevitabile parlare della guerra in corso in Medio Oriente. E quando Alessandro chiede che rapporti i Paesi europei devono avere con dei regimi non democratici, il parallelo con quello che sta succedendo in Palestina diventa abbastanza naturale: “È una domanda che se me l’avessi fatta prima del 7 ottobre ti avrei risposto diversamente. Nemmeno l’Europa crede ai propri valori, c’è un doppio standard. Neanche nei Paesi europei c’è democrazia. Vedo che i palestinesi stanno morendo di fame e la situazione sta diventando insostenibile. Non si può parlare di democrazia dell’Europa quando né i Paesi europei e nè gli Stati Uniti reagiscono di fronte a persone che stanno morendo di fame. Ma neanche in Italia, dove bambini di 15/16 anni vengono picchiati dalle forze dell’ordine.”

 

E sui rapporti tra palestinesi e egiziani il punto di vista è ovviamente molto interessante perché è il parere di una persona sicuramente non conciliante con il regime: “Gli egiziani sono a favore dei palestinesi e vorrebbero aprire il confine. È il Governo israeliano che non vuole gli aiuti umanitari, ma qui le mie critiche al regime egiziano qui possono fare ben poco. È sicuramente una questione umanitaria, oggi (29 feb.) sono stati uccisi 150 palestinesi in fila per avere dei viveri. Non è una questione politica, è una questione umanitaria. Noi egiziani vogliamo che loro ritornino nelle loro case, nei loro territori, perché il Governo israeliano vuole estendere il suo dominio anche nei territori che non sono loro, ma ancora adesso sto spingendo perché il Governo egiziano possa prendere più persone possibili per motivi sanitari.”


Il tempo per il futuro

Verso la fine Alessandro sposta la chiacchierata su temi più personali e il tutto diventa quasi una chiacchierata allargata con un gruppo di amici. “Vorrei continuare la mia carriera accademica - racconta Zaki - vivere a Bologna per continuare a studiare, lavorare per l’università o per un’istituzione umanitaria. Forse potrei anche tornare in carcere di nuovo chi lo sa (scoppia a ridere, ndr)”. E quando gli chiede cosa porterebbe dall’Egitto in Italia e viceversa la risposta è meno scontata di quello che sembra: “Dall’Egitto porterei il cibo egiziano per darlo ai miei colleghi che sono qui, sicuramente anche dei libri. E poi porterei il formaggio sennò mia moglie si arrabbia. Non porterei altro perché preferisco che tutto resti al suo posto. Io sono andato in vacanza in Egitto perché mi mancavano i posti, le mie strade, tutto è diverso. E non si può trasportare qualcosa di questo tipo. E non voglio portare nulla dall’Egitto perché voglio che l’Egitto mi manchi, io voglio tornare lì.”

È il termine di una serata bella, ricca di argomenti, di dialogo, di scoperta di temi e avvenimenti molto lontani dalle nostre quotidianità. E Zaki è un ragazzo normale, che sembra quasi non essere stato scalfito dal dolore che ha provato e mantiene un’inguaribile fiducia verso il genere umano pur avendone sperimentato la parte più brutta. Forse c’è ancora speranza, c’è speranza di un mondo migliore. Anche grazie a persone come Patrick Zaki e a chi come lui continua a battersi, nonostante tutto, per la giustizia e per il rispetto della dignità umana.

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