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  • Francesco Serra

Ridiamo per non piangere: il riso sardonico e il geronticidio in Sardegna


Nel Mediterraneo antico, in particolare fra le popolazioni grecofone, per indicare una risata forzata, quasi spasmodica o persino macabra, specie se manifestata in circostanze inopportune, veniva comunemente impiegata l’espressione “riso sardonico” (dal greco, sardόnios gélos), dove l’aggettivo “sardonico” rimanda chiaramente all’isola di Sardegna.

Ma in che modo la terra sarda sarebbe relazionata a questo tipo di risata?


Sebbene tale modo di dire fosse già attestato in tempi piuttosto antichi, addirittura fin dall’epoca di Omero, in realtà la sua origine è ancora enigmatica e confusa, in quanto gli autori classici ne riportano numerose e differenti versioni. Secondo alcuni, come Simonide di Ceo e Zenobio, l’espressione deriverebbe dalle vicende mitiche di Talos, gigante di bronzo creato da Efesto per sorvegliare le coste di Creta, il quale, prima di stabilirsi sull’isola minoica, si recò in Sardegna, dove uccise numerosi abitanti stringendoli al suo petto incandescente. In questo modo essi perivano contraendosi in una smorfia di dolore simile a un ghigno raccapricciante. [1] Secondo altri, invece, il riso sardonico sarebbe connesso a una presunta usanza diffusa fra gli antichi popoli sardi, che prende il nome di geronticidio, menzionata da autori come Demone e Timeo. Essi tramandano che le genti di Sardegna, nello specifico quelle di origine cartaginese (ma non si nega che la tradizione potesse risalire persino ai nuragici autoctoni), erano solite praticare un sacrificio rituale in onore di Kronos [2], che consisteva nello spingere giù da un dirupo gli anziani membri della comunità che avessero compiuto i 70 anni di età. Al fine di esorcizzare la paura e in modo tale da cercare di assumere un atteggiamento di superiorità davanti a questo atto estremo, le vittime sacrificali si imponevano di ridere fragorosamente. [3] Inoltre, sempre nell’ambito della tradizione letteraria, non si esclude che alle anziane vittime venisse somministrata una particolare pianta altamente velenosa ed endemica in Sardegna, ad oggi identificata con il finocchio d’acqua, la cui ingestione provocherebbe appunto delle contrazioni facciali simili a smorfie ghignanti [4], così da stimolare la risata simulata prima di andare incontro alla morte.

Finocchio d’acqua/Oenanthe crocata (Fonte: naturamediterraneo.com)

La suggestione legata ai racconti sul geronticidio fu talmente forte nel corso dei secoli da riuscire a radicarsi saldamente pure nel folklore sardo più recente, contribuendo a modellare all’interno della tradizione isolana una sorta di rapporto ambivalente che si interpone fra l’essere umano e la morte, la cui accettazione, concepita in chiave quasi rituale in particolari momenti dell’esistenza, avverrebbe con un senso di inquietudine e serenità allo stesso tempo, si pensi ad esempio alla figura enigmatica dell’accabadora.


Ma quanto c’è di veritiero e attendibile in questa suggestiva vicenda del geronticidio nella Sardegna antica?

Innanzitutto, è bene precisare il fatto che le fonti letterarie e storiografiche finora riportate, che in questo caso sono la principale testimonianza a cui rifarsi per un’indagine storica, furono prodotte e tramandate perlopiù da personaggi non solo vissuti in un’epoca già posteriore rispetto alla vicenda narrata, ma anche distanti geograficamente e culturalmente rispetto alla Sardegna. Ciò significa che questi autori classici entravano a conoscenza di determinate realtà culturali in maniera indiretta e incompleta, o addirittura potevano riportare notizie intenzionalmente distorte per fini di propaganda sociopolitica, come spesso accadeva quando i rapporti fra le varie civiltà affaccianti sul Mediterraneo si facevano più tesi. D’altro canto lo stesso Polibio, uno degli storiografi più celebri del mondo antico, era in totale disaccordo con Timeo, sostenendo che quanto riportava sui Cartaginesi e sui loro sacrifici umani fosse malevolo e privo di fondamento.


E per quanto riguarda invece le testimonianze archeologiche?

Allo stato attuale non vi è alcuna evidenza valida e concreta sul fatto che in Sardegna si praticasse effettivamente il geronticidio, né in epoca nuragica né in epoca fenicio-punica, nonostante nel corso degli anni alcuni studiosi abbiano provato a reinterpretare (pure in maniera forzata) la funzione di certi nuraghi posizionati vicino a strapiombi e dirupi, oppure abbiano provato a rintracciare qualche indizio nei toponimi di certe località nella Sardegna centrale, i quali però possono derivare da innumerevoli racconti e dalle leggende locali più disparate. [5]

Tuttavia, esistono delle interessanti testimonianze archeologiche che potrebbero per certi versi rimandare all’antica espressione del “riso sardonico”, a prescindere dal fatto che essa avesse realmente un legame con il rituale del geronticidio.


Da numerosi scavi compiuti nel corso dei decenni nei territori che entrarono a stretto contatto con la cultura punica, dunque Nord Africa, Sicilia, Spagna e Sardegna, provengono le cosiddette “maschere ghignanti”, ossia manufatti in terracotta riproducenti appunto un volto che ride in maniera piuttosto tirata e innaturale. In Sardegna è stato registrato un alto numero di maschere ghignanti presso l’area archeologica di Tharros (Cabras, OR), facendo ipotizzare che in questo sito vi fossero delle botteghe artigianali adibite alla produzione di questi specifici manufatti, o che comunque avesse uno stretto rapporto con la città di Cartagine, al punto tale da porsi come un importante centro di irradiazione della cultura punica sull’Isola. [6] Tuttavia, il più celebre esemplare di maschera ghignante finora noto in Sardegna, sia per fattura sia per stato di conservazione, è quello rinvenuto a San Sperate (SU), datato al V secolo a.C., in cui l’espressione “sardonica” viene acuita dalla resa delle rughe incise e dalla conformazione delle palpebre.

Maschera ghignante, San Sperate, V secolo a.C., Museo Archeologico Nazionale di Cagliari (foto di F. Serra).

Di norma queste maschere provengono da contesti di ambito necropolare, dunque erano sepolte assieme ai defunti, ma non venivano poste direttamente sul viso degli individui, considerando che le loro dimensioni sono ridotte rispetto a quelle reali del volto umano, sebbene la frequente presenza di fori passanti faccia supporre che comunque potessero essere appese. [7] Ad ogni modo, esse dovevano avere sostanzialmente una funzione apotropaica, cioè proteggere il defunto dai cattivi influssi e dagli spiriti maligni.


Quella di realizzare manufatti ritraenti espressioni grottesche e inquietanti per respingere entità malevoli era, dopotutto, un’usanza comune a molte culture antiche, soprattutto originarie del Mediterraneo Orientale, basti considerare ad esempio il volto di Medusa (Gorgόneion), diffusissimo nel mondo greco fin dall’età arcaica.

Antefissa in terracotta a forma di Gorgone (510-500 a.C.), Museo Archeologico di Taranto (Catalogo generale dei Beni Culturali)

Se ci pensiamo bene, tutt’oggi nella società contemporanea tendiamo in un modo nell’altro ad assumere, pure in senso figurato, delle fattezze che suscitino un senso di inquietudine e del macabro, affinché ci aiutino a esorcizzare le paure e le insicurezze scaturite in determinate situazioni o ricorrenze, prima fra tutte Halloween (in Sardegna detta is Animeddas, o su mortu mortu, su Prugadoriu e svariati altri modi a seconda della regione storica), che a sua volta affonda le radici anche nei costumi del mondo celtico pre-cristiano.


Tutto ciò aiuta a comprendere come, nonostante lo scorrere del tempo e l’inevitabile perdita di innumerevoli informazioni sul passato, l’eco di ancestrali partiche, leggende ed espressioni culturali continui a riverberare sul presente senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, contribuendo così a plasmare l’essenza della nostra realtà sociale molto più di quanto crediamo. E l’insieme di racconti e conoscenze gravitanti attorno al riso sardonico e al geronticidio non è certo da meno nei confronti della cultura sarda.


Fonti: [1] S. Ribichini, L’assassinio di Asdrubale: la «bella morte» e il riso sardonico, in A. G. Blanco, J. L. Cunchillos Ilarri, M. Molina Martos (eds.), Coloquios de Cartagena, I. El mundo púnico. Historia, sociedad y cultura (Cartagena, 17-19 de noviembre de 1990), Editora regional de Murcia, 1990, pp. 123-124. [2] Presumibilmente gli autori classici fanno riferimento a Baal-Hammon, una sorta di equivalente fenicio-punico del dio greco Crono, associato al caos. [3] A. Mastino, Storia della Sardegna antica, Edizioni Il Maestrale, 2005, pp. 528-529. [4] S. Ribichini, Le divinità e i culti, in M. Guirguis (ed.), Corpora delle antichità della Sardegna. La Sardegna fenicia e punica. Storia e materiali, Ilisso Edizioni, Nuoro, 2017, p. 335. [5] A. Mastino 2005, p. 529. [6] A. C. Fariselli, Maschere puniche. Aggiornamenti e riletture cronologiche, in OCNUS. Quaderni della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, 19, 2011, pp. 158-160. [7] E. Pompianu, Le terrecotte, le protomi e le maschere, in M. Guirguis (ed.), Corpora delle antichità della Sardegna. La Sardegna fenicia e punica. Storia e materiali, Ilisso Edizioni, Nuoro, 2017, pp. 389-390.

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